Una mattina con Isao Hosoe

A pochi passi dalla stazione di Porta Genova, si entra in un piccolo e modesto cortile. Nessuna insegna, lo studio di Isao Hosoe quasi si nasconde dietro a una porta in vetro. Quando si entra, ciò che più impressiona è la quantità di oggetti, carte, cose impilate, raccolte. Rimandi mnemonici. Le colonne verdi e le pareti azzurre e ondulate di separazione creano spazi fluttuanti e portano l’occhio a guardare verso l’alto. Lì dove l’ingegnere Isao Hosoe progetta insieme al suo staff.

L’intervista inizia nella sala riunioni. Un grande tavolo in vetro e tante sedute differenti, delle poltroncine, dei divani. Un piccolo museo del design. Si può scegliere, quasi come in un test attitudinale o come quando si seleziona la pedina di un gioco, fatto di domane e risposte. Di parole.

Si parte da Play40, il gioco progettato in collaborazione con il designer Lorenzo De Bartolomeis e che Isao Hosoe ha da poco presentato al pubblico, insieme ai tipi della Corraini e all’azienda Loccioni. Un gioco di carte che si rifà a una tradizione nipponica in cui le donne trascorrevano le giornate di festa a disegnare, su piccoli cartoncini, delle poesie con una calligrafia inventata che ha dato vita, nel corso degli anni, alla letteratura del Sol Levante. Il contatto tra le persone, il segno, ma soprattutto la parola.

UN GIOCO CHE SEMBRA LA SUMMA TEORICA DI ISAO HOSOE. QUI DENTRO COESISTONO TUTTI GLI ELEMENTI NECESSARI AL PROGETTO. UN GIOCO TRA IMMAGINI, PAROLE, CONCETTI E AZIONI, SENSI. L’OBIETTIVO NON È VINCERE, MA COMUNICARE, INVENTARE, ASSOCIARE LE 40 CARTE CREATIVE.

Giocare, insomma, con quegli elementi che portano alla progettazione. Che è intesa come un modo di fare e di pensare che coinvolge l’essere designer nella sua interezza, in quanto uomo che progetta per altri uomini. Seguendo un percorso creativo che deve andare al di là dell’induzione e della deduzione: l’abduzione. Un modo di utilizzare la mente che dà al pensiero il potere di sorvolare la discontinuità logica, di affrontare con naturalezza l’imprevisto e di anticipare ciò che la logica razionale si rifiutava di fare.

Analizzando bene le carte di Play40, emergono anche quei personaggi che, per Isao Hosoe, sono aspetti caratteristici del designer e capaci di attivare l’abduzione. “Come il bricoleur, per esempio, un uomo guidato da una grande curiosità nel capire il mondo, si rivela instancabile nella ricerca e capace di emozionarsi quando trova qualcosa. Il bricoleur non inventa niente ma capisce che la cosa trovata, vicina ad un’altra cosa trovata, può generare una relazione interessante. Come è accaduto per la lampada “HEBI” del 1970 nata senza disegno, ma dall’unione di tubi felssibili, cavi, interruttori, un portalampada e varie minuteri; tutti oggetti trovati e messi insieme.

ALTRO PERSONAGGIO È IL TRICKSTER PRESENTE NELLA MITOLOGIA DEI POPOLI PRIMITIVI; È IN CONTINUO MOVIMENTO ED È CAPACE DI COMUNICARE CON CHIUNQUE. NON APPARTIENE A UN SISTEMA PRODUTTIVO PURO, MA VIVE NELLA MARGINALITÀ DEL SISTEMA. SIMILE A UN ARLECCHINO O A UN PULCINELLA, IL TRICKSTER VIVE NEL CUORE DELLA VITA QUOTIDIANA DEL POPOLO”.

Nel design non esiste soltanto la materia o la forma o la funzione. Ma anche un modo di fare.   Nello studio di Isao Hosoe è stato allestito un laboratorio dove si costruiscono i prototipi e dove si inizia il periodo di praticantato: bisogna riprodurre una zuccheriera in polistirolo, seguire le curve e studiare le ombre. Solo quando si supera questa prova, si è pronti per iniziare il percorso. L’intervista prosegue tra gli spazi dello studio. Prima di entrare nella stanza di Isao Hosoe, bisogna salutare la statua del dio Garda. Qui i libri si susseguono in lunghe pareti: storia, sociologia, antropologia, filosofia. Non si vedono libri di architettura o di puro design, almeno all’apparenza. Perché è l’uomo nella sua interezza il punto di studio. Isao Hosoe è un ingegnere aerospaziale, non un designer. Ma Isao Hosoe è prima di tutto giapponese e la sua cultura traspira ovunque. Dalle delicatezza delle parole scritte con il pennello sopra ai faldoni, dalla sua ferma volontà di svelare ciò che sta dietro all’ombra; alla scelta accurata dei suoi taccuini. Seguendo il metodo KJ dell’antropologo giapponese Giro Kawakita, Isao Hosoe appunta tutto, quotidianamente su quei fogli.Si susseguono scritti, parole, disegni, biglietti incollati. Per ricordare e fissare. Dei taccuini che “non possono più essere trattati come pezzi di carta”, ma come un vero e proprio archivio di quella che è la vita stessa di Isao Hosoe: “È importante lasciare il proprio contributo, domani potrei non esserci”.

Da un articolo del 2009 di Claudia Barana su DDN.

http://www.qcodemag.it/2015/10/06/una-mattina-con-isao-hosoe/

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